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Blue Oyster Cult, dal 1976 al 1982

Scritto da il 12 Dicembre 2022

Continua, con un viaggio tra il 1976 e il 1982, il nostro cammino cominciato QUI alla scoperta dei Blue Oyster Cult. Una band che tanto ha dato al mondo del Rock in generale, ma che ha raccolto meno di quanto meritasse. Perciò venite con me, il nostro viaggio continua.

1976, LA SVOLTA

Siamo nel Maggio del 1976 quando esce “Agents of fortune”, il disco più venduto, nonché quello della svolta. Il suono diventa più pulito, meno scuro, e ovviamente i risultati di vendita danno ragione. Il primo pezzo è “This Ain’t The Summer Of Love”, e già lo sapevamo che l’estate dell’amore era finita. La band lo ribadisce con un rock coinvolgente, che forse un po cozza con il successivo “True Confession”, un rhythm and blues decisamente piacevole, ma che starebbe bene su un album di Dr John o Leon Russell.

Ma è la terza canzone il vero colpo d’ala della band, quella “Don’t fear the reaper” che è storia. Una spettacolare ballata notturna, con un incredibile lavoro di chitarre decisamente “byrdsiano” se mi passate il termine. Qui siamo nei territori di Stephen King e di tutto ciò che ha ispirato il vate di Portland. Questo capolavoro è stato utilizzato in varie serie TV e in alcune colonne sonore, e ha dato origine a uno sketch, “More Cowbell“, del Saturday night live con Christopher Walken.

“E.T.I.” è aperta, piena d’aria che guarda il cielo e che rimarca la loro passione per la fantascienza. “The Revenge of Vera Gemini” vede nuovamente Patti Smith alla collaborazione del testo, nonché nei  controcanti.
Il secondo lato inizia con “Sinful Love”, rockata il giusto, ma con cori che sembrano la brutta copia di quelli dei Queen. “Tattoo love” è decisamente trascinate e ci guida al trittico finale, composto dalla bellissima “Morning final”, caratterizzata da un bel lavoro di tastiere, la bella “Tenderloin” e la magnifica ballata finale. Si tratta di “Debbie Denise”, una vera prova di grande maturità: malinconia e profondità, un pezzo immortale gli anni 70.

1976

DAL 1976 AL 1977

Dal 1976 si arriva al 1977, e nel rock molte cose stanno cambiando in maniera radicale. Sta accadendo ovunque, anche e sopratutto nella loro New York, con l’arrivo del punk dei Ramones e Dead Boys. Malgrado tutto, esce ad ottobre “Spectres”, che continua sulla falsariga dell’album precedente. Il mood è orientato su un suono sempre più radiofonico, ma rimanendo su un livelli eccelsi. Conquista il pubblico giapponese, dal momento che contiene un altro classico, ovvero “Godzilla”.

Compare come ospite Ian Hunter, che è anche coautore di “Goin Through The Emotions”. Eric Bloom ricambierà il favore in “You Are Never Alone”, album di Ian Hunter pubblicato nel 1979. “Godzilla” è posta in apertura, un monolite che ispirerà molte stoner band successivamente, ma subito dopo “Golden Age of Leather”. Il suono è decisamente A.O.R., sebbene abbia una coda che richiama una struttura classicamente hard. “Death Valley Nights” è una ballata romantica che, sebbene il testo parli di spazi desolati, Eric Bloom ripete un
“I need you” che toglie il fiato.

Un’altra ballata è “Celestial The Queen”, emblematica variante della loro produzione. Un chiaro segno del loro cambiamento sono anche pezzi come “R.U. Ready To Rock” e “Goin To Emotions”, che sanno tanto di radio americana dei tardi anni 70. Spicca una splendida “I love The Night”, canzone anche questa decisamente romantica, e una “Nosferatu” posta in chiusura, scura come la pece per un album che segna il loro nuovo corso.

DAL 1976 AL 1978

Nel 1978 pubblicano il loro secondo album dal vivo, intitolato “Some enchanted evenings”, con tracce registrate fra le altre ad Atlanta e Newcastle. Esce in versione singola ed avrà, nel 2007, un’uscita con delle tracce aggiunte. Ci sono le cose più recenti come “Godzilla” ed “E.T.I.”, ma sopratutto ci sono tre cover che marcano le loro radici: “Kick out the jams” dei MC5 , e “We gotta get out this place” degli Animals, presenti sulla versione singola. Su quella estesa uscita anni dopo l’ennesima cover di “Born to be wild” degli Steppenwolf. E’ il frutto di un’attività live praticamente senza sosta, da ascoltare con tre birre gelate.

1976

LA FINE DEI SEVENTIES

Da quel magico 1976, il loro corso continua nell’estate del 1979 quando esce “Mirrors”, primo album senza la produzione di Sandy Pearlman e introduce ai banchi di regia Tom Werman, già al lavoro con i Cheap Trick. Già il primo pezzo “Dr music”, con tanto di cori femminili, è un quasi Funky, un mix tra disco Newyorkese tipo Studio 54 e da pubblico di motociclisti. Ma è la successiva “The Great Sun Jester” a portare la band in alto, forte della collaborazione con lo scrittore di fantascienza britannico Michael Moorcock, in passato collaboratore degli Hawkind. Un gran lavoro di tastiere e chitarre ariose e potenti, un gran pezzo che guarda all’universo.

Piacevole la ballata “In Thee” e notevole “The Vigil”, ma il resto è un pochino impersonale, con un suono che guarda molto alle FM di fine Seventies come “You’re Not The One” e “Lonely Teardrops”. Giusto “I’m The Storm” ha qualche relazione con il passato. Decisamente un album minore, non disprezzabile comunque.

WELCOME TO THE EIGHTIES

Gli anni 80 iniziano con “Cultosaurus Erectus”, che vede Martin Birch ai banchi di produzione e la decisione di riappropriarsi del terreno perso a cercare una visibilità radiofonica alla fine del decennio precedente. In effetti, il primo pezzo “Black Blade” richiama il loro classico sound, e comunque tutta la prima facciata è una ricerca di vecchie atmosfere. Fuori dalle righe “Monster”, dove c’è addirittura in intermezzo jazzato con tanto di sax. Sicuramente “Divine wind” è più solida del lotto con il suo ritmo ipnotico. Anche “Fallen Angel” richiama le vecchie atmosfere, così come la successiva “Lips on The Hill”: c’è voglia di ritornare a casa, alle vecchie strade.

Purtroppo le canzoni mancano ancora, latita l’ispirazione, ma i frutti si vedranno nel all’album successivo. Una cosa è certa: nel 1977 sono successe troppe cose nel rock, il punk ha azzerato tutto, pertanto quasi tutte le band dal suono classico che arrivano dai 60 e 70 sono completamente spiazzate. E’ un tratto comune a tanti artisti e gruppi già affermati, ma che improvvisamente sembrano vecchi.
Il punk però ha generato una progenie di band che attualizzano l’hard rock per trasformarlo in Heavy Metal: i Blue Oyster Cult a molte di queste band possono insegnare tanto.

DA QUEL MITICO 1976 AL 1981

Giugno 1981, esce “Fire of Unknow Origin”, anche questo prodotto da Martin Birch che proprio in quei mesi è già al lavoro con gli Iron Maiden. E’ l’ultimo album con la formazione originale: infatti dopo la pubblicazione del disco, Albert Bouchard lascerà la formazione per una carriera solista. Ma è sopratutto un disco che mixa perfettamente i vecchi B.O.C. con quelli più recenti, aggiungendo canzoni che attingono al sound FM americano. Questo genere, in quegli anni, sta facendo sfracelli nelle classifiche statunitensi, e infatti “Burnin for you” entrerà in heavy rotation in molte radio, oltre che passare come video sulla neonata MTV.

Oltretutto è un album che risente anche delle sonorità dei primi anni 80, con largo uso di sintetizzatori adoperati con una certa eleganza. A dire il vero solo in “Near dark” si fanno prendere troppo la mano. “Veteran of Psycho Wars” vede nuovamente la collaborazione con lo scrittore Michael Moorcock, ed è una lunga cavalcata in paesaggi desolati. Qui le chitarre si inseguono in assoli continui, e le tastiere a ricamare: i vecchi Blue Oyster Cult ritornano prepotenti.

1976

 

Dal vivo avrà un resa fantastica, un classico da aggiungere ai loro precedenti. Poi “Sole Survivor”e “Heavy Metal: The Black and The Silver”, sono rock nella norma, con grandi cori e tastiere in profondità. Con “Vengeance” fanno vedere ai giovinsastri emergenti della scena Heavy metal come si compone una canzone di tale genere, ma è con “Joan Crawford” che sfiorano un vero miracolo compositivo.

E’ geniale: l’attrice Joan Crawford torna a tormentare la figlia, che proprio in quel periodo scrisse una biografia molto acida nei confronti della madre. Bellissima introduzione al piano, cavalcata di chitarre serrata e poi un telefono che squilla nella notte. Joan Crawford è tornata dall’aldilà a tormentare la figlia Christina. Un vero pezzone degno del miglior Stephen King, sicuramente poteva starci in una colonna sonora di un film di John Carpenter. Finale con “Don’t turn your back”, canzone pop con largo uso di synth. I Blue Oyster Cult sono tornati, più raffinati e arrangiati ma hanno ancora degli assi nella manica.

SECONDO DOPPIO LIVE

Primavera 1982: esce il loro secondo doppio album live e terzo nella loro discografia, che testimonia la loro grande attività concertistica.
Tredici tracce fra cui una cover di “Roadhouse blues” dei Doors con ospite Robbie Krieger, della mitica band californiana, alla chitarra.
C’è un po tutta la parte migliore della loro produzione che nulla aggiunge o toglie al loro lavoro. Un notevole e poderoso doppio live, con una bellissima la copertina.

Oggi ci fermiamo qui, il vostro cantastorie DJ Justy vi dà appuntamento al prossimo articolo per continuare a scoprire la splendida storia di questa band.


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