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Queen: i primi tre album

Scritto da il 19 Settembre 2022

I Queen non hanno certamente bisogno di presentazioni o preamboli particolari. Bisogna aver vissuto una vita con la radio e la televisione spenta per non aver sentito almeno una loro canzone. La loro infinita carriera ha accarezzato i più disparati generi musicali, passando dal rock al pop. Ma qui andremo a fare una retrospettiva sui quasi dimenticati primi tre album della band.

I QUEEN NELL’IMMAGINARIO COMUNE

Nell’immaginario comune i Queen vengono ricordati quasi sempre in un modo: Freddie Mercury con i baffi e la canotta bianca, Brian May con la maglietta a righe e sopra la camicia bianca aperta, John Deacon con il cespuglio in testa e il look da nerd e Roger Taylor, come tutti i batteristi, nessuno si ricorda come fosse vestito.

Si fa sempre un gran parlare dei loro capolavori, dischi immortali, partendo da “A Night At The Opera” e andando avanti, spesso saltando a pie pari lavori come “Jazz” e “Hot Space”, se non per quella manciata di hits suonate live. Parlando dei Queen tutti conoscono il fantastico “Live at Wembley” del 1986, tutti collegano in automatico “Highlander” al disco “Kind of Magic” e il mondo intero si commuove ancor oggi ascoltando “The Show Must Go On”. Ma i Queen sono stati anche altro.

LA RISCOPERTA

Era un pomeriggio d’agosto, le ferie appena finite e il caldo ancora bello prepotente, quando pigramente metto Sky Arte. Un canale sontuoso, ricco di contenuti e approfondimenti a 360 gradi. In quel pomeriggio era appena cominciato un live dal titolo “A Night at the Odeon“, datato 1975, ovvero i Queen come non li avete (quasi) mai visti e sentiti.

queen

A partire da un Look stratosferico, un ibrido tra il glam e lo space, passando per un riffing che va dal prog fino al Metal e finendo con un sound davvero ruvido, questo live mi ha fatto cadere dalla sedia. Sono corso a riprendere in mano i primi tre album della band e li ho letteralmente riscoperti.

QUEEN I

Il debutto della band è datato 13 Luglio 1973, e ci troviamo davanti a 38 minuti e 36 di puro prog rock che sconfina sovente in sonorità decisamente metal. Fu un album dalla gestazione particolare, visto che per motivi economici i Queen dovettero incidere solo durante i tempi di inattività dello studio, perciò di sera e di notte. Il risultato, a mio avviso, fu esaltante: si apre con “Keep yourself Alive”, singolo portante dell’album e probabilmente il pezzo più sdoganato di questo disco, dal riffing rocciosamente rock. La successiva “Doing All Right” è decisamente prog, passando da fraseggi melodici ad aperture elettriche.

“Great King Rat” parte con un riff malato, accompagnato da una chitarra che strizza l’occhio al sound metal. Cambia repentinamente, con un rullante ridondante, per poi variare ancora. Un pezzo intricato ma veramente interessante, così come la seguente “My Fairy King”, che inizia “alla Deep Purple”, per virare repentinamente nelle voci multiple in sovra incisione che hanno reso famosi i Queen. Da notare l’incredibile estensione vocale del drummer Taylor nei cori.

LATO B

Il secondo lato si apre con la magnifica “Liar”, un pezzo che in quegli anni era un must in sede live. Il drumming iniziale introduce un riff di chitarra molto aperto e dannatamente hard rock. L’incipit è Sabbathiano, con iniezioni di psichedelia qua e la. “The Night Comes Down” inizialmente sembra quasi un pezzo dei Doors, per poi cambiare pelle prendendo una direzione decisamente più melodica. “Modern Times Rock ‘n’ Roll” ci fa ribaltare dalla sedia: una canzone sparata a cento all’ora dove la voce di Taylor si rivela perfetta. Un minuto e quarantotto di Rock dannatamente Roll!

Eccoci ora al B-side del singolo, ovvero “Son and Daughter”, canzone oscura, sulfurea, con un riff che ti schiaccia il petto. Qui si sconfina nello stoner rock tipico di quel periodo, una canzone che da sola vale l’acquisto del disco. “Jesus” è la canzone più atipica, iniziando quasi come una composizione folk che a metà brano, con uno stacco al cardiopalma, cambia totalmente lanciandosi in una parte strumentale ipnotica e psichedelica. Chiude l’album una mini versione acustica di “Seven Seas of Rhye”, canzone che ritroveremo sul loro lavoro successivo.

QUEEN II

queen

La copertina del platter in questione è passata alla storia, la leggendaria composizione con i quattro volti della band. Ci troviamo senza dubbio davanti ad un disco forte, duro, decisamente Heavy. Uscito l’8 Marzo del 1974, il Side White si apre con una breve intro musicale composta di chitarre sovraincise, che lascia la strada a “Father to Son”, un pezzo Heavy Rock che colpisce per potenza e melodia. Lo stacco ai due minuti è roccioso, sporco, plumbeo, un vero capolavoro. “White Queen (As it Began)” è un capolavoro, straziante quanto potente. Un testo che parla della ricerca della “donna perfetta”, e una canzone che trasmette tormento e speranza.

“Some Day One Day” vede l’esordio di Brian May alla voce, e si presenta come un pezzo quasi Floydiano, psichedelico quanto variegato. Chiude questo lato bianco il pezzo “The Loser in the End”, che vede Taylor al microfono, garanzia di un pezzo roccioso. Siamo di fronte ad un Mid Tempo veramente ben fatto, atmosferico quanto possente.

SIDE BLACK

Il lato nero apre col botto, ovvero con “Ogre Battle”, un pezzo davvero Heavy, che parte girando al contrario per poi arrivare dritta e cattiva. Un cavallo di battaglia nei loro live del periodo. A seguito abbiamo il piacere di sentire “The Fairy Feller’s Master-Stroke”, un pezzo veloce quanto strano, dove le atmosfere cambiano di continuo e la sperimentazione è di casa. Taylor ha definito questa canzone il “più grande esperimento stereo” dei Queen, riferendosi all’uso del pan nel mix. “Nevermore” conclude il trittico di pezzi, quasi fossero un big medley. Un minuto e ventitré di piano e voce, quasi a rappresentare un gran finale.

Eccoci arrrivare al capolavoro del vinile, quella “The March Of The Black Queen” che in oltre sei minuti ci proietta in un viaggio oscuro, psichedelico e rabbioso. Un pezzo così complicato da non essere mai stato eseguito live per intero, una canzone mostruosa che dipinge alla grande di cosa fossero capaci i Queen di quegli anni. “Funny How Love Is” riporta le atmosfere su un piano più easy, mentre la chiusura del disco è affidata a “Seven Seas of Rhye”, concepita e creata per lavorare come singolo da classifica, svolge alla grande il suo ruolo: nel febbraio 1974, divenne il loro primo successo, raggiungendo il numero 10 della UK Singles Chart.

SHEER HEART ATTACK

L’8 novembre 1974 esce il terzo album della band, nel quale si nota la prima vera svolta stilistica del gruppo. Sono quasi spariti i lunghi pezzi di stampo più prog, lasciando spazio a canzoni più convenzionali, brevi e dirette. L’opener “Brighton Rock” inizia con una breve intro tipo grandi giochi circensi e un grand riff di chitarra, che si apre e si contorce per cinque minuti di grandissimo Hard Rock. La seguente “Killer Queen” fu scelto come primo singolo, che sfondò sia un madre patria che negli States. Visto questo incredibile successo come singolo, la band eseguì la canzone su Top of the Pops.

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“Tenement Funster/Flick of the Wrist/Lily of the Valley” è un medley davvero interessante, a mio avviso uno dei picchi assoluti del disco. Il primi pezzo vede Taylor alla voce, che canta di rabbia e ribellione. Si sfuma poi, grazie ad un ottimo bridge di chitarra al secondo pezzo, un capolavoro scritto in toto da Mercury, nel quale si alternano parti marziali, in stile Roger Waters per intenderci, ad altre meno quadrate. Un pianoforte sognante ci porta all’ultimo pezzo del trittico, una semi ballad di una dolcezza infinita. Chiude il lato “Now I’m Here”, pezzone da paura che ti stampa in faccia un riffone Hard Rock pazzesco: divenne infatti imprescindibile in sede live, almeno fino al 1986.

LATO B

Inizia il lato ed è subito leggenda. “In the Lap of the Gods”: Taylor e Mercury alla voce fanno quello che vogliono, ma giusto per introdurre la seguente “Stone Cold Crazy”, ovvero due minuti e undici di potenza. Un pezzo secco, diretto, tirato come pochi. Non per niente tutti si ricorderanno che i Metallica la eseguirono nel 1992 durante il concerto tributo per il compianto Freddie Mercury. “Dear Friends” lascia un attimo di respiro, una ballad pianoforte e voci che non so perché per me ha sempre avuto un sapore natalizio. “Misfire” alza di nuovo il ritmo, per portarlo su livelli Honky-tonk  con “Bring Back That Leroy Brown”: vi sfido a stare fermi!

“She Makes Me (Stormtrooper in Stilettoes)” è forse il pezzo più atipico di tutto il disco, con chitarre acustiche cristalline, un incipit molto psichedelico, accenutato dal finale definito da Brian May “New York nightmare sounds”. La chiusura da dieci e lode è affidata a “In the Lap of the Gods…Revisited”, che con il suo coro centrale è diventata in breve tempo un pezzo immortale: fu il primo tentativi di Mercury di scrivere un pezzo in cui coinvolgere il pubblico. Obiettivo centrato in pieno direi!

RIFLESSIONI DEL MIC

I Queen conquistarono, in seguito, le classifiche mondiali e riempirono tutte le arene in cui suonarono. “Bohemian Rhapsody” sdoganò il concetto di rock praticamente ovunque, mentre “Radio Ga Ga” cavalcò l’onda della disco music anni ottanta e ne diventò uno dei successi. Sta proprio qui il problema. Come per tutte le band che diventano immortali, il mainstream ci propone sempre il solito “best of”, chiudendo nello sgabuzzino gran parte della discografia di una band.

Spetta a noi, metaforicamente parlando, far conoscere, o riscoprire, le gemme nascoste in vecchi album impolverati, pezzi che il “normale” circuito radio o televisivo vi farà mai sentire. I primi tre album dei Queen appartengono a questa categoria, nessuno vi proporrà mai nulla da loro. Ma hanno tanto da raccontare, se uno ha voglia di sedersi li ed ascoltarli!

Mic DJ vi saluta e vi da appuntamento qui in radio, tra articoli e tanta buona musica. Ora qualche consiglio per voi direttamente da Jolly Roger Radio.

Thunder Replica del 12/09/2022

Free Entry Replica del 13/07/2022


Opinione dei lettori
  1. roberto Geo   Di   19 Settembre 2022 alle 20:12

    Sempre il nostro virgilio che ci accompagna nelle strade piu scure e sconosciute a scoprire e riscoprire delle chicche preziose. Grazie.

  2. Cristina Petrini   Di   21 Settembre 2022 alle 10:02

    D’amante dei Queen posso dire che apprezzo moltissimo la tua riflessione, è facile dire che piaccia o che facciano innamorare con le canzoni che si conoscono, ma chi davvero li apprezza e li ama ha quasi il diritto morale di andare a scavare nel passato per trovare quelle gemme nascoste meno note, ma non per questo meno belle.

  3. Isabella   Di   23 Settembre 2022 alle 13:03

    Questo tuo pezzo mi é piaciuto molto, devo ammettere che nella mia collezione di LP ho veramente poco dei Queen e il tuo articoli mi ha fatto prendere in seria considerazione l’acuito dei primi tre dischi, ma prima di tutto vado ad ascoltarmi tutti i brani che hai elencato.

  4. Anna Rita   Di   23 Settembre 2022 alle 22:32

    Sono perfettamente d’accordo con te, è facile amare i grandi successi (e i Queen ne hanno tanti), ma il bello è conoscere le canzoni meno conosciute e grazie al tuo articolo ho appena scoperto un titolo che non è nelle mie playlist.

  5. Katrin   Di   23 Settembre 2022 alle 22:34

    Conosciuti grazie ai miei genitori, li ho sempre vissuti anche e soprattutto dopo aver conosciuto il mio compagno, penso che abbiamo visto lo stesso documentario, sta di fatto che quel giorno non solo ci siamo risentiti tutta la discografia, ma ci siamo riascoltati alcuni brani dei primi tre album, cose che non passano nei mezzi di comunicazioni, ma A noi fan che ce frega giusto? È sempre un gran piacere venire qui e leggere i tuoi articoli

  6. Lucy70   Di   24 Settembre 2022 alle 00:18

    Beh, qui non c’è bisogno di presentazione, anche una non molto ferrata in materia come me, conosce I Queen. Sono un pezzo prezioso della storia della musica

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