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Metal Live 1985 – Live After Death

Scritto da il 5 Settembre 2022

Nel 1985 il Metal spaccava, e Live After Death è forse la testimonianza dal vivo più eclatante di quell’anno. Abbiamo parlato dell’immenso World Wide Live QUI, ed ora andremo a buttarci a capofitto sotto il mostruoso palco degli Iron Maiden del faraonico “World Slavery Tour“.

LIVE AFTER DEATH, IL LIVE METAL PER ANTONOMASIA

LIVE AFTER DEATH

“Live After Death” è stato il mio primo album metal, perciò la sua importanza, per il sottoscritto, è assoluta. Era un giorno d’autunno del 1985 quando rimasi folgorato dal video di “2 Minutes to Midnight”. La vidi per caso in una trasmissione musicale, se ben ricordo “Power Hour”, sull’emittente locale torinese Super Six. Così un sabato mattina mia mamma mi portò daHotPoint, negozio di dischi di Via Monginevro, per comperare un vinile di quei mitici Iron Maiden. La scelta cadde su questo Live per tre ragioni: conteneva la canzone che vidi per televisione, era l’album più recente della band, ed era un doppio vinile, perciò molte canzoni da ascoltare. Arrivai a casa, lo misi sul piatto dello stereo e dopo pochi minuti caddi letteralmente dalla sedia: non credevo potesse esistere qualcosa di così bello.

IRON MAIDEN, IL SUNTO DI QUATTRO ANNI PAZZESCHI

Il live in questione racchiude quanto di meglio la band avesse inciso nei primi quattro anni di carriera. Incredibile come un gruppo così “giovane” avesse potuto sfornare, dal 1980 al 1984, cinque dischi di una tale bellezza, che portarono alla ribalta mondiale la NWOBHM. Cinque pietre miliari, senza mezza canzone inutile o venuta male. Partendo dal seminale platter omonimo del 1980, la band portò scompiglio assoluto nel music businnes dell’epoca. Un lavoro feroce, crudo, ruvido, nel quale la voce di Paul Di Anno si incastrava a meraviglia. Un disco tirato, che toglie il respiro, ma che è capace di passare dalla furia di “Prowler” alla dolcezza di “Remember Tomorrow” in un attimo, e che in mezzo a brani scolpiti nella ghisa trova il coraggio di incastrare un diamante come “Strange World”.

Il discorso evolve con “Killers” del 1981, che vede l’ingresso dello stiloso Adrian Smith alla chitarra. Un lavoro più maturo, pur mantenendo una rabbia incredibile, meno ruvido nei suoni, che ci regala, in “Prodigal Son”, un’interpretazione canora del buon Paul fuori dalle righe, assolutamente irripetibile.

ARRIVA DICKINSON “AIR RAID SIREN”

LIVE AFTER DEATH

Nel 1982 la band la band cala l’asso: esce “The Number of the Beast”. La dolorosa separazione con Di Anno da la possibilità alla band di ampliare a dismisura il songwriting. Del resto è ovvio, quando hai un Bruce Dickinson di quegli anni in squadra, puoi fare praticamente di tutto. L’album sembra un greatest hits da quanto è alta la qualità dei brani, venendo considerato “Tra i primi cinque album Heavy Metal più essenziali mai registrati. Una pietra miliare del genere”.

Durante il tour e la genesi dell’album postumo, viene allontanato il mai troppo compianto drummer CliveBurr. Per anni ci federo credere che fu estromesso per abuso di alcool e droghe, ma in tempi recenti ne uscì una scomoda verità. Burr venne estromesso dalla band a causa di conflitti di personalità con Steve Harris, nonchè per aver “abbassato l’impegno” a causa della morte del padre. A distanza di anni, molti batteristi, da Lombardo a Benante, riconobbero a Clive un ruolo cruciale nello sviluppo della batteria metal. Lo stesso Dickinson dichiarò che “Clive è stato il miglior batterista che la band abbia mai avuto. Nicko è probabilmente un batterista molto più competente. È solo che Clive aveva un feeling incredibile, e quello non puoi impararlo”.

“Piece of Mind”, del 1983, vede appunto l’esordio di Nicko McBrain alle pelli, e il pezzo “Where Eagles Dare” viene messo in apertura proprio per far capire subito all’audience che il nuovo arrivato sapeva il fatto suo. Il Lato A del disco in questione mantiene livelli stratosferici, mentre il lato B si apre con il pezzo che diverrà il cavallo di battaglia della band: “The Trooper”. Seguono poi un filotto di pezzi dove la band inizia a sperimentare di più, fino ad arrivare alla progressiva “To Tame a Land”.

La band è un vulcano, non passa anno che non esca con un nuovo capolavoro, e non fa eccezione “Powerslave” del 1984. Il disco è mostruoso, i primi due pezzi da soli meritano l’acquisto del medesimo. Ma in tutto il disco non c’è un solo secondo di stanca, di banalità. Culmine del lavoro il combo finale, composto dalla mostruosa “Powerslave” e dalla titanica “Rime of the Ancient Mariner”.

LIVE AFTER DEATH, PRIMO VINILE

LIVE AFTER DEATH

Una folla urlante accoglie l’introduttiva “Churchill’s Speech”, non sapendo che a breve verrà demolita da una “Aces High” eseguita a velocità folle, con una band che dimostra di essere in palla totale. Nemmeno il tempo di rialzarsi che arriva una “2 Minutes to Midnight” che pare veramente segnare la fine del mondo. Da “Powerslave” a “Piece of Mind” il passo è breve, ed è così che parte una delirante “The Trooper”, con una Long Beach Arena in preda al delirio più totale.

Il Live suona davvero alla grande, con chitarre separate in maniera netta e decisa, tanto da dare l’impressione di avere la band in stanza. Harris potrà anche essere un dittatore ma al basso non c’è nessuno che suona metal come lui. Nicko fa il suo, con una cassa sopraffina ma perdendosi per strada qualche rullata, mentre Bruce è un mattatore assoluto. “Revelations” ci fa rifiatare un attimo, per lanciare una “Flight of Icarus” suonata meglio e più fluida che in versione originale.

LATO B

Non si riesce a mollare il vinile dalle mani: l’artwork è un capolavoro, mentre l’interno è un susseguirsi di immagini tratte dal Tour. Chi non ha sognato, almeno una volta nella vita, di essere sotto il palco, con quella mummia alta una decina di metri che spara fuoco dagli occhi? Mentre stiamo fantasticando ci rendiamo conto della follia: i Maiden hanno avuto il coraggio di eseguire live “Rime of the Ancient Mariner”. Tredici minuti e zero tre, il rischio è alto. Ma l’unica cosa che posso dire è che, personalmente, la considero la canzone più bella di tutto “Live After Death”, nonché uno dei pezzi con la miglior resa live della storia del Metal.

Se questo non fosse sufficiente, gli Iron ci fanno capire la loro grandezza attaccandoci dietro “Powerslave”, ovviamente eseguita con quel quid in più di velocità che la rende pazzesca. Niente, questo è IL live METAL per antonomasia, non ci sono dubbi di genere. E per ribadire il concetto non resta che chiudere il lato con una “The Number of the Beast” che emana un’atmosfera maligna ad ogni nota.

LIVE AFTER DEATH, SECONDO VINILE

LIVE AFTER DEATH

Eccoci arrivati all’ultimo set di pezzi incisi a Long Beach Arena, California, dal 14 al 17 Marzo 1985. Tocca a “Hallowed Be Thy Name” aprire le danze: ci troviamo innanzi ad un pezzo mostruoso. Incredibile a dirsi, questa versione Live straccia di anni luce la controparte in studio. Bruce Dickinson dimostra che il soprannome “Air Raid Siren” è assolutamente meritato, sfoderando una prestazione da regalare ai posteri. E’ l’ora di un tuffo nel primo album omonimo, con una letale esecuzione di “Iron Maiden”, nella quale Bruce ci mette tutto se stesso, ma la voce di Paul, in questo pezzo, è un’altra cosa.

“Run To The Hills” ci ricorda chi sono i padrini delle cavalcate di chitarra elettrica, mentre si avverte nettamente la mancanza del drumming quadrato e preciso di Clive Burr. “Running Free” chiude il disco, eseguita live con il pubblico coinvolto a cantare a squarciagola.

LATO B

Le canzoni presenti su questo lato sono state registrate al mitico Hammersmith Odeon di Londra l’8, 9, 10 e 12 Ottobre 1984. “Wratchild” apre le danze, con Bruce decisamente più a suo agio che in altri pezzi scritti per la voce di Paul. All’urlo “Number 22” il pubblico va in visibilio, e non potrebbe essere altrimenti. “22 Acacia Avenue” dal vivo è impressionante, un crescendo constante che esplode da metà canzone in poi: epocale.

“Children of the Damned” è struggente, con Dickinson che raggiunge vette canore ed espressive che lo consegnano definitivamente all’olimpo dei cantanti, e non solo Metal. “If you gonna Die” preannuncia un terremoto, ovvero “Die with Your Boots On”, suonata con una tale potenza e precisione da far impallidire. Chiude il platter quel capolavoro datato 1980 intitolato “Phantom of the Opera”, pezzo con cui la band si congeda lasciando ai posteri un disco live dal valore incommensurabile.

RIFLESSIONI DEL MIC

LIVE AFTER DEATH

Fu il mio primo album metal in assoluto: lo presi in vinile, poi in cassetta e poi in CD, versione tagliata, e in seguito remaster con scaletta integrale. Una sera, a fine anni ottanta, Italia Uno trasmise in seconda serata il concerto. Non stavo nella pelle, l’attesa era snervante. Veramente quella sera avrei visto quelle foto dell’interno del vinile prendere vita? Si, e fu entusiasmante. Registrai l’intero live su VHS: conteneva le tracce delle date californiane, con la ciliegina finale di “Sanctuary”, secondo singolo della band del lontano 1980.

Il giorno seguente ci trovammo a casa di un amico e lo riguardammo. E poi ancora. Presi in seguito la versione VHS originale e, ovviamente, il DVD. Live After Death fu la colonna sonora live di una generazione di Metallari che oggi hanno abbondantemente superato gli anta, e resta per molti di essi “IL LIVE”. Di acqua sotto i ponti ne è passata, gli anni sono andati via seguendo la corrente del fiume della vita. Ma “Live After Death” resta li, come una solida barca ancorata ad un vecchio molo impolverato. Una barca su cui salire quando si vuole andare controcorrente e ritornare indietro, per rivivere quel favoloso periodo musicale.

Mic DJ vi saluta e vi da appuntamento qui in radio, tra articoli e tanta buona musica. Ora qualche consiglio per voi direttamente da Jolly Roger Radio.

Thunder! Replica del 30/05/2022


Opinione dei lettori
  1. Roberto Paolo   Di   6 Settembre 2022 alle 10:44

    Ogni Tuo articolo mi fa sprofondare nella lettura, le lancette dell’orologio cominciano a marciare alla rovescia.hai una cultura musicale pazzesca, reale perché passata attraverso la vera esperienza di cosa scrivi e mi hai trasmesso emozioni intense e tanta voglia di risentire questi capolavori. Grazie

  2. Nicoletta - Viaggiatori per Caso   Di   6 Settembre 2022 alle 15:07

    Per fortuna qualcuno parla ancora di metal… da buona vecchia metalgirl che riascolta continuamente ottimi dischi di 20 anni fa, provo molta nostalgia per gli anni in cui hard rock e metal, pur essendo generi alternativi, tutto sommato erano diffusi. Spero scriverai altri articoli su dischi recenti che possano piacere ai ragazzi della nostra età 😉

  3. Katrin   Di   8 Settembre 2022 alle 12:57

    Giusto qualche settimana fa siamo andati ad una serata metal, in cui suonavano un gruppo di amici che hanno una cover band degli Iron Maiden, conosciamo tutti quell’album, a memoria oserei dire e grazie al tuo articolo ho potuto per un attimo tornare indietro nel tempo, e ricordare quanto non siano mai passati di moda, i loro brai sono immortali così come i loro concerti ai quali ho avuto la fortuna di partecipare. Ottimo articolo

  4. Lucy70   Di   8 Settembre 2022 alle 17:11

    Hai una cultura musicale pazzesca devo ammettere che sotto questo aspetto Ci sono tanti gruppi che non conoscevo e grazie a te sto conoscendo

  5. Sara Bontempi   Di   9 Settembre 2022 alle 09:13

    Nell’85 avevo solo 6 anni, ma ho conosciuto gli Iron Maiden e il loro album Live After Death una decina di anni dopo, perchè diciamolo, la musica di quegli anni è senza tempo e indimenticabile!

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