Diretta Radio

on air con i nostri dj

Traccia corrente

Titolo

Artista

Background

Synth Guitar, il futuro negli anni ottanta

Scritto da il 1 Agosto 2022

Le Synth Guitar furono protagoniste, nel bene e nel male, in alcuni album di metà – fine anni ottanta. Dischi frettolosamente archiviati come flop dalla critica dell’epoca e rivalutati a distanza di decenni. Andiamo a farci insieme un giro in quegli anni fantastici per il rock mondiale.

SYNTH GUITAR, CROCE E DELIZIA

“Non puoi suonare l’Heavy Metal con i sintetizzatori”. Questa lapidaria affermazione uscì dalla bocca di Bruce Dickinson a metà degli anni ’80. Del resto fino alla metà di quella decade il Metallo Pesante non doveva essere contaminato da sonorità sintetizzate, questo tipo di suoni stava benone nel rock anni settanta. In effetti le prime sperimentazioni sono datate 1971, quando un giovane David Gilmour inizia ad usare un EMS Synthi Hi-Fli. Era più un’unità di effetti che un sintetizzatore per chitarra, ma rappresenta una sorta di genesi.

Il primo vero synth per chitarra fu Avatar di ARP, usato da Jimmy Page nella canzone dei Led Zeppelin “Fool in the Rain”: era l’anno 1979. Il limite di questa apparecchiatura era quella di poter creare solo synth monofonici, l’unico sintetizzatore polifonico disponibile era un modello molto costoso realizzato da 360 Systems. Nel frattempo la Roland stava perfezionando dei sistemi all’avanguardia: una volta fatte le ossa col GR-500, ecco uscire dal cilindro il GR-300, la prima unità da pavimento del suo genere, somigliante ai sintetizzatori per chitarra come li conosciamo oggi.

Il limite di questi apparecchi era il richiedere una chitarra dedicata, ma nel 1985, col modulo GR-700, si ebbero le prime possibilità di collegamento MIDI. La svolta arrivò nel 1986 con l’uscita del GK-1, un rivoluzionario pickup esafonico adattabile a qualsiasi chitarra.

Synth

IL METALLO DIVENTA SINTETICO

Era il 1985 quando accadde quello che non ti aspetti. Molta gente del music biz considerava i sintetizzatori proibiti nella musica pesante, ma il sistema stava incrinandosi. La contaminazione tra generi era già in atto, solo che hanno fatto finta di non accorgersene. Del resto se una star del calibro di Michael Jackson si permette il lusso di avere Van Halen a irrobustire la sua canzone “Beat It”, perché non potrebbe esserci contaminazione inversa?

Solo che ai gruppi Heavy, quelli che hanno legato il loro nome alla nascita della NWOBHM, dava proprio in testa avere delle tastiere sul palco. Al tempo stesso i chitarristi erano affascinati da quelle tecnologie rivoluzionarie, e una chitarra Synth non somiglia a una tastiera: uno più uno fa sempre due.

SYNTH GUITAR, I MAGNIFICI TRE

Ho letto, anni fa, un’intervista a Ian Paice, il quale affermava che “esistono dischi giusti usciti al momento giusto, e dischi giusti usciti nel momento sbagliato”. Quanta saggezza in queste poche parole! E così, parafrasando la parte di programmazione di Thunder dove propongo un mix legato ad un articolo, prenderò qui tre album con un denominatore comune: le Synth Guitar… e l’essere stati stroncati dalla critica (e dai fans). Questi album sono ad opera delle tre band forse più iconiche della NWOBHM: Iron Maiden, Judas Priest e Saxon.

JUDAS PRIEST – TURBO

Il 14 Aprile del 1986 esce “Turbo”, decimo album di una delle band più rappresentative del genere, autentici paladini del Metallo Pesante. In questo periodo esplose la moda dei sintetizzatori: il Metal stava sperimentando questo nuovo sound, e i Judas Priest non volevano mancare alla partita. Ad aprire il disco ci pensa “Turbo Lover”, e subito si capisce di aver a che fare con qualcosa di diverso. L’uso massiccio del sintetizzatore in apertura di brano spiazza tutti, e il particolare suono delle chitarre ancor di più.

“Locked In”, “Private Property” e “Parental Guidance” mantengono i suoni fortemente digitalizzati e un songwriting molto easy listening, mentre “Rock You All Around The World” è più classica, più veloce. Tocca ora a quella che per me è il capolavoro del disco, nonché uno dei pezzi più belli in assoluto della band, ovvero “Out in the Cold”. Qui ci si rende conto (oggi) che il connubio Synth Guitar e Metal non solo può esistere, ma può anche produrre qualcosa di spettacolare. Chiudono il disco “Wild, Hot & Crazy Days”, “Hot for Love” e “Reckless”, un trittico di pezzi dalla presa immediata, con quel suono moderno che fa da denominatore comune.

Synth

REAZIONI SYNTH: IERI ED OGGI

La svolta non piacque ai fan più accaniti: il pubblico reagì in maniera fredda e le vendite furono deludenti. Solo il mercato americano diede qualche risultato, ma complessivamente si trattò di un buco nell’acqua. La scelta di abbracciare la tecnologia, che diede al platter un sound nuovo e assai diverso, non piacque. La critica non ci mise molto a stroncare l’album, probabilmente spiazzata anch’essa dal suono così diverso dagli stilemi duri e puri dell’Heavy Metal.

Gli anni passano e, come spesso accade, ci si accorge di aver mal giudicato un lavoro: dopo oltre trent’anni, Turbo costituisce un ottimo esempio del Metal della seconda metà degli anni Ottanta. Soprattutto, ci si è accorti che è bellissimo, molto più bello di molti altri album più duri e puri ma che non hanno nulla da raccontare. I Priest attingono alle novità tecnologiche dell’epoca, ma mantengono una loro identità nell’utilizzarle.

IRON MAIDEN – SOMEWHERE IN TIME

Il 29 Settembre 1986 esce “Somewhere in Time”, sesto album della Vergine di Ferro. L’album fu preceduto da alcune interviste in cui Bruce Dickinson si rimangiò la famosa affermazione di inizio articolo. “Questo album è molto diverso dagli altri, il migliore dai tempi di The Number of the Beast. Non voglio dire che abbiamo usato drum machine o sintetizzatori, per niente, e non lo faremo”. Una mezza bugia. Adrian Smith e Dave Murray iniziarono ad usare le Synth Guitar prima del sesto album. Queste generavano suoni molto diversi, offrendo un’ampia gamma di effetti digitali.

I fans del Metal e la critica mondiale erano ancora scottati dai suoni di “Turbo” dei Judas, e non risparmiarono parole al vetriolo anche su questo album, anche se fu molto meno bistrattato del concorrente. Del resto l’album si apre con due sassate come “Caught Somewhere in Time” e “Wasted Years”, e non è che le seguenti “Sea of Madness” e “Heaven Can Wait” fossero da meno. Ma questi suoni considerati “finti” non andavano proprio giù: la gente non era ancora pronta. “The Loneliness of the Long Distance Runner” verrà capita solo 30 anni dopo, e “Stranger in a Strange Land” è forse la song più sintetica del platter. “Deja Vu” fu considerata per decenni un banale filler, mentre “Alexander the Great” il classico pezzo made in Harris.

Synth

REAZIONI SYNTH: IERI ED OGGI

Critica e Fan si trovarono ad affrontare un cambio di sound così repentino da perdere di vista la bontà delle composizioni. Del resto ascoltando “Powerslave” e “Somewhere in Time”, sembra di sentire due album distanti anni luce l’uno dall’altro. La parte più conservatrice non digerì la svolta intrapresa e non esitò a stroncare il lavoro fatto dalla band. Ricordo un Dickinson indispettito rispondere di “andare ad ascoltare qualche altra merda” a coloro che avessero avuto da dire sull’album.

Ma una fazione più aperta andò oltre, accettando il nuovo sound e capendo che dietro ad esso si celavano canzoni di uno spessore inaudito. Il passare degli anni ha dato ragione a quest’ultimo schieramento, decretando “Somewhere in Time” come uno degli apici compositivi della band.

SAXON – DESTINY

Il 20 Giugno 1988 esce “Destiny”, nono album dei rocciosi Saxon. Nel frattempo sono passati due anni da quello sconcertante ingresso delle Synth Guitar nel Metallo Pesante. In questi due anni il sound di quasi tutte le band hard rock, glam rock e affini sono contaminate da ogni sorta di suono sintetico, mentre nel metal c’è ancora molto ostracismo. I Saxon arrivano da due album decisamente più melodici ma con le sonorità ancora ben ancorate al metal classico. Qui il discorso cambia, regalandoci non solo un album melodico ma dalle sonorità pervase dalla sindrome delle Synth Guitar. I pezzi ci sono tutti, a cominciare dalla cover “Ride Like the Wind”, e proseguendo con “Where the Lightning Strikes”.

Il livello si alza ulteriormente con “I Can’t Wait Anymore”, densa di atmosfera. “Calm Before the Storm” si apre con un riff quasi Leppardiano, e prosegue bene, con quel suono unico che solo le Synth Guitar riuscivano a dare. “S.O.S.” accentua ulteriormente la presenza di Synth e di effetti e ci porta a “Song for Emma”, probabilmente il pezzo più AoR di tutto il disco, che fatto da una band Heavy Metal suonava come una bestemmia. “For Whom the Bell Tolls” riffa come i pezzi vecchi ma suona come quelli moderni, forse non la song meglio riuscita. “We are Strong” è un altra bordata AoR massacrata da pubblico e critica, mentre le conclusive “Jericho Siren” e “Red Alert” sono ottimi pezzi, anche se all’epoca non arrivò quasi nessuno a sentirli.

Synth

REAZIONI SYNTH: IERI ED OGGI

Manco a dirlo, questo disco non fu capito all’epoca, forse ancor più dei due di cui abbiamo parlato in precedenza. In fin dei conti la band suona alla grande e le canzoni sono tutte mediamente belle, con degli apici compositivi mai più raggiunti. Ma quel sound no, da loro proprio non lo si accettava. Furono etichettati come venduti, per fare breccia nel mercato Americano. Questo disco fu una rovina per la band: vennero cacciati anzitempo dalla EMI per le scarse vendite e dovettero rivedere al ribasso il loro calendario live.

Risentito oggi, questo lavoro è una piccola gemma, un testamento di cosa furono gli anni 80 in questo genere. Non è Heavy ma è Metal, e se le Synth Guitar hanno portato quel suono così diverso non vuol dire che le canzoni fossero brutte. Fortunatamente il tempo è stato gentiluomo, regalando nuova luce ad un platter che quasi tutti buttarono nel baule in soffitta. Riportato in casa e risentito farà salire più di un brivido anche a coloro che lo ripudiarono per colpa di pregiudizi senza fondamento.

RIFLESSIONI DEL MIC

Tre album tre, che per me sono davvero magnifici. Amo la musica, e non riesco a stare fermo su un genere. Questi dischi, con le loro sonorità così diverse, mi fecero comprendere che la contaminazione spesso è un bene. Grazie a queste contaminazioni conobbi molti altri generi musicali: alcuni non mi dissero molto, altri mi piacquero davvero tanto. Certo, fu strano all’inizio avere a che fare con questi strani suoni di chitarra, ma quando le canzoni sono fatte bene è tutto più facile da comprendere.

Negli anni seguenti solo i Maiden ebbero il coraggio di continuare a sperimentare, portando perfino tastiere fisiche in “Seventh Son of a Seventh Son” e abbattendo anche questo ultimo pregiudizio per una band nativa della NWOBHM. Ma la vera vittoria è l’aver rivalutato quegli album figli di un periodo storico unico e particolare. Il coraggio e la fatica spesa per proporre qualcosa di diverso alla fine ha vinto sui pregiudizi e sulla diffidenza. Aveva davvero ragione quel vecchio saggio di Ian Paice!

Mic DJ vi saluta e vi da appuntamento qui in radio, tra articoli e tanta buona musica. Ora qualche consiglio per voi direttamente da Jolly Roger Radio.

Bob Kulick, il quinto Kiss


Opinione dei lettori
  1. Roberto Paolo   Di   1 Agosto 2022 alle 16:56

    Articolo da sbattere la testa piu e piu volte! Continui salti alle vette tra diachi epici di un periodo che sempre di piu divoene leggenda. Meraviglioso metodo di racconto che fa venire ancora piu sete di musica. Grazie per quest’altra milestone da leggere tutta in un fiato!

  2. Roberto Mercalli   Di   1 Agosto 2022 alle 21:27

    Ok i protagonisti del Metal qui citati, ma vale forse la pena accennare che il sommo maestro della synth guitar é quasi sicuramente Pat Metheny che con il suo Synclavier, la sua Roland DR e il GR 300 ha immaginato, composto e registrato quella musica “extraplanetaria” mai sentita prima che lo ha consacrato come uno dei piú grandi interpreti e innovatori della chitarra di tutti i tempi.

    • Mic DJ   Di   6 Agosto 2022 alle 21:02

      Certo, ma l’articolo voleva porre l’accento sulle difficoltà che ebbe la synth guitar a fare breccia nell’heavy più classico, con la cronaca che sotterró frettolosamente tre ottimi album rei di non avere un sound “true”. Ecco perché non ho trattato, volutamente, i maestri che sdoganarono queste nuove tecnologie.

Commenta

La tua email non sarà pubblica. I campi richiesti sono contrassegnati con *