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Whitesnake, la band che divenne Coverdale

Scritto da il 4 Luglio 2022

Ciao amici di Jolly Roger Radio, oggi facciamo una chiacchierata sui mitici Whitesnake, un viaggio nella loro carriera senza fine, alla quale ognuno di noi avrà sicuramente legato qualche ricordo di vita passata.

WHITESNAKE, RICORDI DI UN ESTATE

Ho un ricordo indelebile legato ai Whitesnake. Era il 1987, e il 31 marzo uscì quel masterpiece incredibile chiamato proprio come quell’anno in corso. Il 30 marzo era il mio compleanno e ricordo che ricevetti, da mia cugina, un regalo in ritardo. Era quasi fine aprile quando mi arrivò un pacchettino che, una volta scartato, risultò essere quel fantomatico album, edizione Americana. Da quel giorno divenne la colonna sonora delle mie giornate, legandosi a doppio filo con l’estate di quell’anno, passata al mare con gli amici a consumare lato A e B di quel capolavoro. Su MTV il video di “Still of the night” era in rotazione costante, e sul piccolo Tv in bianco e nero che avevo a casa era sempre alta l’attesa per vederlo passare.

LA NASCITA DEL SERPENTE

La nascita di questa band immensa risale al lontano 1978, grazie al carismatico leader David Coverdale. Nel 1976 aveva finito la sua proficua collaborazione con i Deep Purple a causa di marcate divergenze musicali. Il cantante voleva una band più legata al rock blues e meno all’hard rock. Dopo un paio di anni di assestamento, la band si stabilizzò intorno ad un nucleo ben collaudato che comprendeva Micky Moody alla chitarra, affiancato da Bernie Marsden, del quale faremo un articolo dedicato a breve. La sessione ritmica era composta da Dave Dowle alla batteria e Neil Murray al basso, mentre la ciliegina sulla torta era la presenza dell’inimitabile Jon Lord alle tastiere.

Questo manipolo di rockers furono messi nelle mani di un fenomeno del mixer, quel Martin Birch che mise la firma su quasi tutti i dischi più seminali del rock e metal britannico dalla fine degli anni 70 fino al 1992, quando si ritirò dalle scene dopo “Fear of the dark” dei Maiden. Sotto la sua guida nell’Ottobre del 1978 esce il disco “Trouble”, preceduto in estate dall’EP “Snakebite”. Il full lenght è acerbo ma lascia intendere che di questa band si sarebbe sentito parlare per gli anni a venire.

I WHITESNAKE TROVANO LA LORO DIMENSIONE

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Nel 1979, durante il tour europeo, la band inizia a scrivere il secondo album, che vide la luce esattamente un anno dopo il disco d’esordio. “Lovehunter” lascia intravedere evoluzioni sonore ma pare avere ancora il freno a mano tirato, anche se il pezzo “Walking in the Shadow of the Blues” fa capire il reale pontenziale del gruppo.

Potenziale che esplode l’anno seguente, quando dietro le pelli viene arruolato Ian Paice, vecchia conoscenza di David, già drummer dei Deep Purple. Inutile dire che il cambio di marcia fu incredibile. Solo otto mesi dopo “Lovehunter” vede la luce “Ready an’ Willing”: era il 31 Maggio del 1980. L’album balza al sesto posto delle classifiche inglesi, complice il trainante singolo “Fool for Your Loving”, e arriva al numero 90 nelle charts americane.

ARRIVA IL SUCCESSO MONDIALE

Squadra che vince non si cambia: reduce da un trionfale tour, la band partorisce in pochissimo tempo tutti i pezzi per il nuovo platter. Il feeling e l’ispirazione erano a livelli altissimi. Ad Aprile del 1981 esce sul mercato “Come an’ Get It”, che balza al secondo posto nelle classifica anglosassone: nessun altro loro album arriverà a fare tanto. In Germania, mercato in grande crescita per il genere, arrivarono al ventesimo posto, ma negli states non andarono oltre alla 151 esima posizione.

Lo stesso Coverdale affermò in un’intervista: “Anche se avevamo delle grandi canzoni in ogni album fatto, non ci siamo mai avvicinati tanto quanto ha fatto l’album per quanto riguarda la coerenza”. Egli definì senza mezzi termini quel disco come il migliore della band fino a quel momento.

PER I WHITESNAKE INIZIARONO LE DIFFICOLTA’

La cosa più difficile, per ogni band, è lavorare al seguito del disco considerato il migliore fino a quel momento, e i Whitesnake non scamparono a questa regola. A fine 1981 la band si trovò per iniziare a lavorare sul seguito del fortunato “Come an’ Get It”, ma fu subito evidente che troppe cose non andavano. Le prime parole di Mr. Coverdale furono: “Non c’era quella scintilla che di solito era presente. Era più uno sforzo essere lì”.

A questa atmosfera, di per se pesante, si aggiunsero improvvisi problemi economici per la band. A tal proposito furono lapidarie le parole di Moody: “Non stavamo guadagnando nulla vicino alle cifre che avremmo dovuto fare. I Whitesnake sembravano sempre essere indebitati e ho pensato Che succede? Stiamo suonando in alcuni dei posti più grandi e ci viene ancora detto che siamo indebitati! Dove vanno a finire tutti i soldi?”. Il chitarrista finì le sue parti per l’album e lasciò la band nel Dicembre del 1981.

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Anche gli altri componenti della band erano al limite della sopportazione. Coverdale si accorse dell’aria pesante che si stava respirando. La leggenda narra che egli convocò una riunione, ad inizio 1982, per dire a tutti che i Whitesnake sarebbero stati messi in “Stand by”. In sequenza Marsden, Murray e Piace lasciarono la band, solo Lord restò con David. Ma la teoria più accreditata fu che i membri della band furono chiamati per sentirsi dire che “non facevano più parte dei Whitesnake”.

L’album era comunque fatto e finito, così “Saints & Sinners” fu dato alle stampe nel Novembre del 1982. Il disco non era ispirato come il precedente ma conteneva due tracce che si riveleranno fondamentali per fare breccia nel mercato americano: “Crying in the rain” e “Here I go again”.

SLIDE IN IT INIZIA A GUARDARE OLTRE OCEANO

Coverdale era diventato il mastermind, ora i Whitesnake sono una sua creatura. C’era da mettere in piedi una band che, a parte Lord, era tutta da riformare. David la pensò in grande stavolta: dopo aver inciso in quel di Monaco tutte le tracce dell’album, ne fece una seconda versione per il mercato americano.

La versione europea vedeva ancora Micky Moody alla chitarra e Colin Hodgkinson al basso. La registrazione americana annovera John Sykes alla sei corde e Neil Murray al basso. Non cambiano solo i musici, ma le registrazioni stesse. La versione Europea è più old school, con le tastiere in primo piano e un basso corposo. La versione americana mette il turbo alle chitarre e alla batteria, ponendo le basi per quel sound che li farà sfondare oltre oceano.

In realtà c’è un motivo per la doppia versione, e si chiama Geffen Records. “Slide In It” si piazzò bene nelle classifiche, ma fu criticato per il mix dell’album, considerato “clamorosamente piatto”. L’etichetta americana insistette così sul fatto che l’album dovesse essere re-mixato. Coverdale colse la palla al balzo, inserendo ufficialmente John Sykes e richiamando Neil Murray. Essi ebbero così l’opportunità di sostituire, rispettivamente, le parti di chitarra e di basso.

WHITESNAKE E 1987

Finito il tour di supporto a Slide in It, Coverdale si trovò di nuovo in solitaria al comando di una barca nella bufera. L’idea era quella di sciogliere la band, ma i dirigenti Geffen lo convinsero a continuare la collaborazione con Sykes. Col precedente album David manifestò la volontà di conquistare il ricco mercato americano, e lo conferma in un’intervista: “Voglio un suono più snello, più cattivo e più elettrizzante. E’ giunto il momento di cambiare. Non voglio rimanere nello stesso vecchio scenario blues e pop tradizionale”.

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La band iniziò nel 1985 in Francia le prime session, dalle quali uscirono “Still of the Night” e “Is this Love”. La prima era una vecchia idea dei tempi dei Deep Purple, mentre la seconda era stata scritta per Tina Turner. Le ultime sessioni di registrazione si svolsero al Little Mountain Sound Studios di Vancouver. Qui Sykes si mise a quattro mani con la leggenda vivente Bob Rock alla ricerca del sound da lui desiderato. Quando tutto sembrava pronto ecco arrivare una bella tegola sulla testa della band: Coverdale viene colpito da una fortissima sinusite. Egli decise di sottoporsi ad un intervento chirurgico, senza la garanzia che la voce sarebbe tornata.

In questi sei mesi si assiste ad una sorta di telenovela: Coverdale lamenta il mancato supporto di Sykes, mentre questi era diventato insofferente per le continue fermate nella produzione dell’album. Furono messe in giro voci maligne, smentite solo anni dopo, le quali parlavano di un Sykes che chiese alla Geffen l’arrivo di un nuovo cantante. In breve tempo i due si separarono.

LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

Una volta ripreso l’uso della voce, Coverdale incise le sue parti vocali e dovette chiamare Adrian Vandenberg per finire alcune parti di chitarra mancanti. Tra queste spicca l’assolo di “Here i Go Again”, uno dei due pezzi ripescati e tirati a lucido per l’assalto al mercato americano. L’altro è “Crying in the rain”, guarda caso le due canzoni più “chart oriented” di “Saints & Sinners”. Finite le registrazioni, David diede il liberi tutti ai componenti della band, rimpiazzandoli proprio con Vandenberg e chiamando Vivian Campbell come seconda chitarra. Al basso troviamo Rudy Sarzo, mentre ai comandi della sezioni ritmica arriva Tommy Aldridge.

L’album fu un successo planetario immediato. Raggiunse immediatamente la posizione numero 2 negli states, ma non fece mai il salto alla numero uno. Il destino, beffardo, volle che nello stesso periodo storico videro la luce dischi del calibro di “The Joshua Tree” degli U2, “Whitney” di Whitney Houston, e “Bad” di Michael Jackson.

WHITESNAKE E IL LAPSUS FREUDIANO

Slip of the Tongue, letteralmente, significa dire una cosa invece di un’altra. L’album esce a fine 1989 e, tanto per mantenere la tradizione, non fu un percorso facile. Campbell lascia la band per divergenze musicali, anche se alcune sue parti erano già registrate. La disgrazia peggiore capitò a Vandenberg: il peggioramento di un infortunio gli rese doloroso suonare, richiedendo un intervento chirurgico. Coverdale come sostituto per entrambi scelse l’astro delle sei corde Steve Vai. Curiosamente, la scelta cadde su di lui non tanto per le sue precedenti collaborazioni, ma grazie al film Crossroads del 1986.

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La scelta di Vai influenzò il produttore Keith Olsen, il quale optò per dei settaggi infelici per i suoni del platter. Lo stile del virtuoso chitarrista era messo ben in evidenza ma il risultato finale non piacque: il disco suonava davvero piatto, freddo. Lo stesso David Coverdale giudicò l’album come uno dei più deboli della band, riassumendo il concetto con queste parole: “Era un album afflitto da sfide e ostacoli per me, ma ehi… nessuno ha detto che avere successo dovrebbe essere facile!”.

SCIOGLIMENTI E REUNION

Terminato il tour mondiale, David decise di sciogliere la band. Troppi i dubbi, le incertezze e i problemi personali per continuare. Aver tenuto in piedi la band per tutti questi anni aveva svuotato Coverdale. Nel 1993 tornò alla ribalta grazie all’album realizzato insieme al leggendario Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin. Nel 1994 la EMI decise di pubblicare un greatest hits, operazione puramente commerciale. Nessuno si aspettò un tal successo, e la casa discografica iniziò a mettere pressione a Coverdale per incidere nuovi pezzi.

Il frontman non era convinto ma aveva già alcune canzoni registrate con Vandenberg, così i due continuarono la collaborazione e, con l’aggiunta di vari musici, nel 1997 esce “Restless Hearth”. L’album in questione è griffato David Coverdale & Whitesnake, ed esce prima in Giappone e qualche mese dopo in Europa. La band annunciò l’imminente attività live come il tour d’addio della band, ma non fu così.

Infatti nel 2002, Coverdale decise voler riformare la band per i 25 anni della medesima.  Anche stavolta furono arruolati musici di prim’ordine, tra i quali spiccano Doug Aldrich e Reb Beach alle chitarre. La band intraprese un lunghissimo tour commemorativo, del quale si può avere traccia nel lavoro “Live… In the Still of the Night”, rilasciato nel 2006: i tempi erano maturi per un nuovo album.

ULTIME FATICHE

Così nella primavera del 2008 esce “Good to be Bad”, che fece buoni numeri in Europa ma non fece molto successo negli States. Durante il tour Coverdale ebbe seri problemi alle corde vocali, cosa che lo obbligò al riposo per diverso tempo. Bisogna aspettare il 2011 per “Forevermore”, album discreto, colmo di pezzi immediati ma che hanno il difetto di stufare altrettanto presto. Gli anni passano, il fisico non è più al top e le idee nemmeno: solo nel 2015 esce il nuovo ” The Purple Album”. Si tratta di una ruffiana reinterpretazione dei vecchi pezzi del periodo Deep Purple del cantante.

Nel contesto doveva essere l’ultimo album della band, ma per l’ennesima volta David si fece tirare dentro nel realizzare un ulteriore lavoro. Fu così che nel 2019 esce ” Flesh & Blood”. Coverdale ha affermato la sua volontà di ritirarsi nel 2022, dicendo che l’età e lo stress sono difficili da gestire. Probabilmente questa è la decisione più saggia che potesse prendere.

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RIFLESSIONI DEL MIC

Nella vita c’è un tempo per tutto, anche per dire basta. I Whitesnake hanno scritto pagine indelebili nell’hard rock mondiale e gliele saremo grati per sempre. Ed è anche bello salutare la platea con un bell’inchino, lasciando un ricordo generoso. Il 2022 dovrebbe essere il loro vero addio alle scene e, visto il numero di date saltate all’ultimo per motivi di salute, compresa quella di Milano, sarebbe una buona cosa.

Avremo per sempre le loro canzoni nel cuore, ed ognuno di noi ha legato ad esse ricordi indelebili. Vi saluto con una curiosità: se per caso vi siete mai chiesti del perché Coverdale decise di dare questo nome alla band, ecco qui il motivo. Coverdale affermò che il nome “Whitesnake” era un eufemismo per il suo pene: “Se fossi stato africano sarebbe stato Blacksnake”.

Mic DJ vi saluta e vi da appuntamento qui in radio, tra articoli e tanta buona musica. Ora qualche consiglio per voi direttamente da Jolly Roger Radio.

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Opinione dei lettori
  1. Roberto Paolo   Di   4 Luglio 2022 alle 12:16

    Altro articolo sofferto.. Dove davvero si avverte fino all ultima riga di lettura i travagli di una band.. Delle persone.. La lotta per dare alla luce nuove tracce.. La fatica nel restare nella scia della propria reputazione. Questi racconti non possono che amplificare la voglia di riascoltare tutto.. Alla luce di una maggior conoscenza.. E partecipazione emotiva. Grazie

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