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DEF LEPPARD – Diamond star halos

Scritto da il 13 Giugno 2022

Non è mai banale parlare di un album dei Def Leppard. Quando vai a toccare certi mostri sacri il rischio maggiore è di cadere nel retorico, di scrivere un articolo di frasi fatte. Ma visto che qui in Jolly Roger Radio siamo gente strana, cercherò di fare una chiacchierata partendo da lontano.

CONOSCERE E CAPIRE I DEF LEPPARD

La band nasce nel lontano 1977 a Sheffield, venendo alla ribalta con il primo album “On Through the Night”, pubblicato il 14 marzo 1980. Il sound della band, seppur grezzo e seminale, faceva già comprendere quali idee avessero questi ragazzotti britannici: la conquista dell’America. Siamo nel 1980, il mercato discografico era diverso, molto diverso: l’Europa stava ad Est, l’America ad Ovest, e questo non solo geograficamente. Erano mercati chiusi: per una band inglese sfondare negli States era un’impresa titanica.

“High ‘n’ Dry”, che vede le stampe nel 1981, si avvale di una vecchia volpe del calibro di Mutt Lange alla produzione. Nonostante il gran lavoro di quest’ultimo sul sound della band, le vendite ne risentirono sia da un lato che dall’altro. L’appeal troppo stelle e strisce non piacque in Europa, mentre in America restarono poco considerati. Ma dove non arriva la produzione ci pensa l’abilità della band: la canzone “Bringin ‘On the Heartbreak” riesce a sfondare sulla neonata MTV, e oltre oceano si accorsero di loro.

E così nel 1983, con il fantastico “Pyromania” la band centra l’obiettivo: Il singolo “Photograph” scalza “Beat It ” di sua maestà Michael Jackson come il video più richiesto su MTV. La canzone entra nelle charts statunitensi alla posizione numero 1, e vi rimane per sei settimane.

DEF LEPPARD E IL FENOMENO HYSTERIA

Def Leppard

La genesi dell’album non poteva essere più travagliata: a fine 1984 Rick Allen perse il braccio sinistro in un incidente d’auto. La band dimostrò un’umanità fuori dall’ordinario, aspettando che il drummer imparasse a suonare una particolare batteria elettronica della Simmons. Una speciale pedaliera gli permetteva di usare le gambe per fare parte del lavoro svolto normalmente con le braccia.

La vita in sala di incisione era infernale: il feeling con Jim Steinman era ai minimi e, dopo essere stato licenziato, la band tentò di produrre l’album in maniera autonoma. Gli anni passavano ma nessuno era soddisfatto del lavoro svolto. Per loro fortuna Mr. Lange decise di tornare a bordo e, non soddisfatto del sound del platter, decise di registrare tutto da capo. Mutt aveva le idee molto chiare: voleva realizzare l’equivalente di “Thriller” di Michale Jackson in chiave rock. Ne venne fuori un lavoro che è l’icona dello sfarzo degli anni Ottanta, con chitarre stratificate e un sound generale assolutamente “esagerato”.

Se a questa cura al limite del maniacale si unisce il fatto che ogni singola canzone è potenzialmente una hit parade, ecco che il risultato non poteva che essere un disco perfetto, soprattutto in quel periodo storico. Hysteria è uno dei pochissimi album entrati in classifica con sette singoli nella classifica Hot 100 degli Stati Uniti. Fu un successo incredibile anche in Europa e nel resto del mondo.

IL DOPO HYSTERIA

I Def Leppard ben sapevano che un disco del genere lo fai una volta nella vita, perciò non persero troppo tempo e tornarono in sala di incisione. Ma non fecero i conti col destino: a gennaio del 1991 Steve Clark viene trovato morto nella sua casa, stroncato da un mix letale di farmaci e alcool. A questo si deve sommare che la band non si curò di ciò che accadeva intorno a lei, perciò stava incidendo un buonissimo disco hard rock nel periodo di piena esplosione del Grunge. “Adrenalize” esce nel 1992, ottenendo un buon successo ma nemmeno lontanamente paragonabile al predecessore, e che nessun album postumo avrebbe più raggiunto.

DIAMOND STAR HALOS, I DEF LEPPARD NEL 2022

Def Leppard

Ed eccoci affrontare l’ultima fatica della band inglese, intitolato “Diamond star halos”, uscito nel Marzo del 2022. Come mai ho voluto fare un minimo di preambolo al disco in questione? Semplicemente perché quando ci si mette all’ascolto di qualsiasi lavoro uscito dopo un qualcosa di epocale bisogna approcciarlo con le dovute maniere, anche se sono passati quasi 25 anni. Personalmente ho vissuto in pieno il periodo Hysteria e ne serbo dei ricordi pazzeschi. All’epoca il rock non era così sdoganato come oggi ma i loro video li vedevi in tutti i locali dotati di un televisore o di un video Juke Box.

Ecco, quando vi metterete ad ascoltare questo disco scordatevi quei fasti e quell’ispirazione nel songwriting. Ma dopo un solo ascolto vi renderete conto che è il disco che negli ultimi 20 anni più si avvicina a quel feeling. Il primo giro è stato un “press play”, senza curarmi di titoli e quant’altro. Un disco lo si deve sentire con la mente libera, magari con una birra da mezzo in mano. Ci si deve lasciare trascinare dal lavoro nella sua completezza, senza fare l’appello. Si deve lasciare la mente libera di viaggiare, di immaginare e di seguire il ritmo delle emozioni. E se il primo ascolto è andavo via liscio è già un buon segno. Ma scendendo nel dettaglio non è tutto rose e fiori.

TRACK BY TRACK

Def Leppard

Da “Take what you want” a “Liquid Dust”

“Take what you want” apre le danze e lo fa senza fronzoli, con una semplice intro e le chitarre ad irrompere con un sound moderno, asciutto, forse un po troppo uniformato al resto del mercato. Ma la mano di Campbell si sente, e chi ha mangiato pane, Dio e Whitesnake per una vita se ne accorgerebbe immediatamente. la seguente “Kick” passa liscia, decisamente catchy, dal riff ruffiano, i coretti fatti apposta per le arene live, ma a mio avviso è un pezzo che, sul lungo rischia di stufare. Per fortuna la successiva “Fire it Up” alza di nuovo l’asticella, riportandoci di brutto negli anni 80, con un drumming scandito, il riffone stoppato, la melodia vocale da cantare come pazzi.

“This guitar” è la prima ballad del disco, e c’è da restare basiti nel cogliere le sfumature che la compongono. Chitarre che hanno un sound a tratti Floydiano fanno da spina dorsale di un brano che regala emozioni forti. Elliot duella con la brava Alison Krauss in un crescendo che sfocia in un solo da lacrime. La seguente “SOS Emergency” ci sveglia dal sogno con un riffone davvero zozzo che lascia spazio ad atmosfere da viaggio in auto, destinazione eighties: cori da paura, patinati come ai tempi andati. Il sound è meno strutturato, ma questo pezzo fa veramente venire voglia di alzarsi, ovunque ci si trovi, e di iniziare un viaggio. “Liquid Dust” è il primo pezzo debole che ci si trova davanti, un modo di mestiere di aggiungere minutaggio al disco.

Da “U Rok Mi” a “Angels”

La seguente “U Rok Mi” mi spiazza alquanto: ci mette un minuto a partire, per poi prendere un ritmo particolare, dominato da basso, batteria e voce. Ogni tot il riff di chitarra fa la sua comparsa, fino al minuto 2.10 dove troviamo uno stacco che ci catapulta diretti a Rocket, con le dovute proporzioni. “Goodbye for Good This Time” è una ballad decisamente sinfonica, forse troppo per la band in questione, sicuramente piacerà agli amanti degli arrangiamenti orchestrali. “All We Need” è il prototipo di FM song degli anni che furono, capace di essere efficace anche oggi. “Open Your Eyes” spicca per un ritornello che entra in testa e dei cori a modo, ma sembra non partire mai, le manca qualcosa.

Sul momento che si inizia a pensare ad un abbassamento della qualità generale ecco arrivare “Gimme a Kiss”, che nella sua semplicità ci riporta a muovere la testa, a cantare sguaiatamente e ad avere una discreta sete di birra. Il solo è dominato da un grande uso del Wah che ci porta dritti al bacio finale! Stavolta lo devo dire, purtroppo “Angels (Can’t Help You Now)” proprio non ci voleva a questo punto del disco. Una ballad nella media, come ce ne sono migliaia, lunga quasi cinque minuti, distrugge l’ascoltatore.

Da “Lifeless” a “From Here to Eternity”

Se ci si aspettava qualcosa per rialzare la testa, le nostre speranze sono disattese dalla mielense “Lifeless”, che vede nuovamente Alison Krauss duettare con Elliot. Ci si inizia a chiedere il perché di tutte queste ballad, ma per fortuna la risposta ce la da “Unbreakable”, un gran pezzo che strizza l’occhio al buon AOR di qualità, con sonorità decisamente moderne. Il solo è uno spettacolo, la conferma che semplicità fa spesso rima con efficacia. Chiude il platter “From Here to Eternity”, sicuramente la canzone meno Def Leppard di tutto il lotto, nonché una delle più particolari della loro carriera. Non è immediata, non è easy listening ma è dannatamente bella: gustatevi il solo finale, poi mi dite! Mi fa venire in mente i ragazzi della band seduti su una roccia, a rimirare un tramonto di inizio estate, quasi a chiedersi “Fin qui ci siamo arrivati… e ora?”

CONSIDERAZIONI DEL MIC

La matematica non è un’opinione e noi, cresciuti a pane, vinili e cassette, lo sappiamo bene. Ricordo che negli anni 80/90 andavo da Hot Point o dal Dischetto a comperare i miei album preferiti. Mediamente c’erano quattro o cinque pezzi per lato, che in totale facevano otto – dieci pezzi per album. Allora, se non si aveva a che fare col classico disco di merda (passatemi il francese), questi numeri permettevano di avere album mediamente da belli a spettacolari.

Def Leppard

Perché scrivo questo? Per fare un esercizio: Diamond star halos consta di 15 pezzi (la versione base), con 4 ballad pure e 2 pezzi molto soft al limite della lacrima. 15 – 6 fanno 9 pezzi, che sta nei numeri di cui parlavo poc’anzi. A questi nove facciamo il gioco di prestigio: togliamo un pezzo inutile, il classico filler da metà album, e infiliamoci la prima ballad che è l’unica veramente di livello. Ecco che un album piacevole di colpo può diventare un gran bell’album.

I Def Leppard ci mettono mestiere, sanno fare bene quel genere di Arena Rock che li ha resi famosi. Non devono dimostrare nulla a nessuno, i numeri parlano per loro. Del resto quando riesci a fare un disco come Hysteria, dove su 12 pezzi non butti via una nota, puoi anche cambiare mestiere. Diamond star halos soffre di un male che affligge il 90% delle produzioni attuali, ovvero il contenere troppi pezzi. Visto che i miracoli riescono una volta nella vita qui avrebbero potuto ottenere, asciugando un po la playlist, un risultato decisamente più esplosivo.

Mic DJ vi saluta e vi da appuntamento qui in radio, tra articoli e tanta buona musica. Ora qualche consiglio per voi direttamente da Jolly Roger Radio.

Pure Violence Replica del 09/06/2022

Thunder! Replica del 06/06/2022

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Opinione dei lettori
  1. Elena   Di   13 Giugno 2022 alle 07:30

    Gran bel pezzo !
    I Def Leopard hai ragionissima: non devono dimostrare nulla a nessuno. Al netto di questo: Gimme a kiss e Unbreakable sono veramente tosti, mi hanno fatta ripiombare ai bei tempi!
    La considerazione che fai sulla quantità è molto vera e credo possa essere applicata a tutti i prodotti artistici contemporanei (dalla moda alla musica passando per le arti visive). Questo spingere all’eccesso la produzione dell’artista svuota, immancabilmente, la densità qualitativa del lavoro.

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